Antropologia/ Pensare, comunicare, classificare



Pensare, comunicare, classificare

IL pensiero: concreto e astratto

Lo 'lo stilè di pensiero delle culture
Esiste una distinzione tra pensiero concreto e pensiero astratto, per passare poi a quella tra comunicazione orale e comunicazione scritta per terminare infine con la percezione del tempo e dello spazio. Nella maggioranza delle situazioni la presenza di un termine dell'opposizione, peresempio. 

pensiero concreto/pensiero astratto:
Opposizione che distingue due modi di costruire e organizzare le conoscenze sul mondo: il primo modo ha come fondamento l'esperienza; il secondo elabora generalizzazioni e concetti al di là delle proprietà fisiche.
 
comunicazione orale/comunicazione scritta:
Orale è ogni comunicazione che utilizza come mezzi la voce e il linguaggio parlato. Scritta è la comunicazione che usa segni convenzionali come mezzi per fissare e trasmettere il linguaggio.
 
Gli elementi cognitivi comuni a tutte le culture


Tutti gli esseri umani sono più o meno dotati delle stesse capacità sensoriali e intellettuali e, se vi sono le differenze tra loro, queste si manifestano all'interno di tutte le culture e non tra le culture.
I Mundurucù siano sprovvisti di una numerazione superiore a cinque, i bambini e gli adulti sono capaci, quando i loro pari età statunitensi, di distinguere gli angoli retti da quelli acuti e questi da quelli ottusi e di utilizzare, dopo che è stato loro spiegato di che cosa si tratta, una carta geografica, sia diritta sia capovolta.
 

Modi diversi di conoscere e di comunicare
I primi europei che si accostavano a quelli che una volta erano chiamati <<popoli primitivi>> erano colpiti dal fatto che molti di loro avessero sistemi di numerazione che non superavano poche unità. In seguito li stupì anche l'assenza, presso molto popoli, di un concetto astratto di spazio e di tempo. Quando i contatti con queste popolazioni si erano ormai fatti i più frequenti, i primi etnografi segnalarono anche che i <<primitivi>> sembravano interessati alla flora e alla fauna del loro ambiente, ma solo in relazione alle specie che consideravano utili, mentre tutte le altre non sembravano suscitare in loro la minima curiosità.
 
Gli Inuit e la neve
Gli Inuit studiati dai primi antropologi tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del secolo successivo presentavano un'organizzazione sociale molto semplice e una tecnologia, per quanto straordinariamente efficace, assai elementare. Essi hanno elaborato una conoscenza molto dettagliata dell'ambiente nel quale sono vissuti per secoli e forse per millenni.
 







Due modi diversi di osservare e descrivere il mondo
Le classificazioni da questi popoli sono meno sistematiche di quelle che troviamo nei volumi di botanica o di zoologia perché, diversamente da queste ultime, che sono una elaborazione estremamente recente della scienza moderna, esse derivano dall'esperienza concreta e non da una riflessione estratta. la differenza principale del pensiero, rispetto al pensiero scientifico moderno, è che tali aspetti sono esercitati solo in relazione a contesti d'esperienza e non astratti o ipotetici come quelli degli scienziati.
 
Il pensiero <<primitivo>> e il pensiero scientifico moderno
Entrambi hanno in sé aspetti speculativi, riflessivi e teoretici.
Differenza principale: Nel pensiero <<primitivo>> gli aspetti speculativi, riflessivi e teoretici sono utilizzati solo per ordinare esperienze concrete. In quello scientifico moderno sono usati anche in contesti astratti.
 
Comunicazione orale e comunicazione scritta
La società a <<oralità primaria>>
Non esiste ormai società che ignori l'esistenza della scrittura. Tuttavia, anche dove la scrittura è presente ovunque, la comunicazione ordinaria si svolge per lo più in forma orale. Il nostro modo di esprimerci oralmente è, infatti, guidato da un pensiero che si fonda sull'assimilazione della scrittura.
Fino al non molto tempo fa esistevano ancora le cosiddette società a<< oralità primaria>>. Si trattava di società che, indipendentemente dal loro grado di complessità sul piano politico, economico, guidato da un pensiero che si fonda sull'assimilazione della scrittura.



Elementi di oralità primaria oggi

Oggi la società a <<oralità primaria>> non esistono più. Infatti, anche laddove l'ignoranza dell'alfabeto scritto è ancora particolarmente diffusa, la scrittura esercita la sua influenza attraverso leggi, regolamenti, disposizioni, calcoli e statistiche prodotti da un centro politico e amministrativo che è espressione di uno Stato <<nazionale>>. In queste società, i cui componenti sanno che cos’è la scrittura ma non la usano raramente, lo stile comunicativo prevalente non è stato influenzato dallo stile della comunicazione scritta.


Le origini della scrittura

Fino al III millennio a.C. l'umanità non con, appunto a quell'epoca, nell'area mesopotamica e nelle aree limitrofe.
La scrittura vera e propria comparve in Mesopotamia, con il popolo dei sumeri, ed è conosciuta come scrittura cuneiforme, perché il segno base, una forma a cuneo, era combinato con altri simili per formare le parole.
La scrittura alfabetica, nella quale a ogni segno corrisponde un suono della lingua, risale invece al XIV secolo a.C. e fu inventata, sembra, dai fenici nella regione dell'attuale Libano.
 



Il condizionamento della scrittura sul pensiero 
Siamo abituati a leggere e a scrivere, non ci rendiamo conto di quanto peso abbia la scrittura nel nostro modo di comunicare. La scrittura, è stato detto, esercita sulla parola una sorta di condizionamento. Dovete provare a pensare alle parole <<buono>>. Per quanto vi si affaccino alla mente tante immagini di bontà, se fissate il pensiero su <<buono>>.

Cantastorie e poeti

Per imperare la storia di un capo, di un eroe o di una diversità, un griot, un cantastrorie europeo e una narratrice epica tibetana dovranno affidarsi a tecniche mnemoniche che sono direttamente derivate da uno stile di pensiero tipico delle culture orali.
 
Le tecniche mnemoniche 
Diversamente dalla maggior parte di noi, che quando impariamo a memoria una poesia lo facciamo leggendo passaggi brevi di testo e poi ripetendoli allo scopo di tenerli a mente, i cantastorie imparano in testi oralmente verso per verso, strofa per strofa e, per rendere la cosa più agevole, li riempiono di formule fisse e di espressioni stereotipate e ripetitive.
Nelle culture fortemente imbevute di oralità, questo modo di procedere non è tipico solo della dimensione poetica, religiosa e della narrazione mitica, ma anche di discorsi con scopi descrittivi, esplicativi, politici, giudici e amministrativi. Modelli fissi e formule sono, infatti, in assenza di scrittura, i necessari supporti per comunicare con altri o per trasmettere le conoscenze da una generazione all'altra.
Il procedere per formule, tipico delle culture orali, può non scomparire con il passaggio all'uso della scrittura. Sono noti i casi di poeti appartenenti a culture una volta prive di scrittura che, anche dopo avere imparato a leggere e a scrivere, hanno continuato a comporre secondo i procedimenti delle culture orali basati su formule fisse.
 
Questioni di intelligenza
Intelligenza e capacità intellettuali universali
Tutti gli esseri umano possiedono analoghe potenzialità intellettuali. 
Si tratta:
-dell'astrazione: capacità di isolare un aspetto da un complesso di elementi; un albero è una pianta con un tronco e dei rami
-della categorizzazione: capacità di raggruppare gli elementi in gruppi o classi: gli elefanti sono diversi dai cani
-dell'induzione. capacità di procedere dallo specifico al generale: se i cani visti finora hanno tutti quattro zampe, il cane è un animale e quattro zampe
-della deduzione: capacità di passare dal generale allo specifico; se so che il gatto ha la coda, quando vedo un gatto do per scontato che abbia la coda.
 


Le strategie funzionali
Si dice pertanto che le capacità universali vengono adattate a diverse strategie funzionali, le quali dipendono da fattori sociali, culturali, psicologici, affettivi cc.
Gli individui a cui tali test venivano somministrati rispondevano in base a <<strategie funzionali>> diverse. Tali strategie non solo variano da un contesto culturale all'altro, ma variano anche da soggetto a soggetto all'interno della stessa cultura, a seconda dell'apparenza a una determinata classe sociale, del livello d'istruzione, quando non di una predisposizione del tutto personale.
 
Gli stili cognitivi
La diversa reazione a un interculturale è anche stata fatta risalire a stili cognitivi differenti. Gli antropologi hanno usato questa espressione per denotare il diverso modo in cui individui provenienti da ambiti culturali diversi si rapportano al mondo sul piano cognitivo.
Per comodità si dice che lo stile cognitivo può oscillare, in misura diversa, tra due estremi ideali: a) uno stile cognitivo globale e, b) uno stile articolato.
Il primo sarebbe caratterizzato da una disposizione cognitiva che parte dalla totalità del fenomeno considerato per giungere solo successivamente alla particolarità degli elementi di cui si compone. Lo stile "articolato" sarebbe invece quello che parte dalla considerazione dei singoli elementi dell'esperienza per risalire poi alla totalità. 
 





Ciascuno utilizza una pluralità di stili cognitivi
Tutti gli esseri umani tendono infatti a comportarsi, cognitivamente parlando, in maniera ora più globale ora più articolata, e ciò a seconda delle situazioni in cui si trovano a esercitare la propria attenzione e il proprio ragionamento.
 
Parola e modo
La potenza della parola
In assenza di scrittura, le parole non hanno un'esistenza duratura. Esse non sono cioè visibili bensì solo degli 'eventi', nel senso che vendono pronunciate in un tempo preciso e non esso svaniscono. Questo non significa che gli appartenenti a società fortemente orali non abbiano memoria ben salda. Semmai è il contrario, poiché ess costruiscono i loro discorsi e i loro racconti mediante l'uso di clausole e ripetizioni grazie alle quali riescono a ricordare cose che per un individuo alfabetizzano sono spesso impossibili da ricordare senza l'aiuto di una traccia scritta.
 















Il potere dei nomi
In certe culture, molte delle quali non sono certo ignare dell'esistenza e dell'uso della scrittura, si ritiene che i nomi abbiano un potere sulle cose e sugli esseri umani. 
 



Scrittura, oralità e memoria
Il rapporto tra scrittura, argomentazione, moduli mnemonici
La diffusione della scrittura ha deciso fortemente sul mondo di pensare degli esseri umani. Prima della scrittura, e anche prima che la scrittura si diffondesse in maniera massiccia, le tecniche di conservazione della memoria erano ben diverse.
Dove non ce scrittura possono esistere tecniche mnemoniche esisterne alla parola, come i già ricordati sassolini, bastoncini e cordicelle usati in alcuni regni del passato.
 
La selezione della memoria nell'oralità
Un effetto di questo modo di trasmettere la memoria è che esso tende a produrre effetti <<omeostatici>>: tende cioè a elementare tutto ciò che non ha interesse per il presente. Detto altrimenti, del passato e delle conoscenze viene trasmesso solo ciò che interessa al presidente.
Il termine <<omeostatico>> indica un processo attraverso cui un sistema tende a mantenersi in equilibrio attraverso dei meccanismi di autoregolazione. Il termine è stato coniato per indicare processi biologici, ma oggi è utilizzato per fenomeni studiati anche da altre discipline come la linguistica, la sociologia, l'antropologia e altre ancora.
 
Scrittura e modificazione del pensiero
La scrittura consente, di fatto, di sviluppare un pensiero più ampio di quello legato all'oralità, perché permette di entrare più rapidamente in contatto con molteplici punti di vista, di confrontali in maniera sistematica e di elaborare nuove proposizioni a partire da quelle esenti.
 
I media e la nuova <<comunicazione globale>>
Media e cultura
Dagli anni Settanta de secolo scorso in poi si è assistito una grande diffusione dei media su scala planetaria. La televisione è rapidamente giunta un pó ovunque, persino in quei luoghi della Terra in cui non arriva l’elettrica. La televisione è un mezzo facilmente accessibile e di amplissima portata. Per questo motivo essa è un mezzo culturalmente influente. La televisione è la ‘regina’ dei media, nell’epoca attuale.
 
Il cambiamento culturale provocato dei media
I media, e la televisione su tutti, sono fattori attivi nel processo di produzione e di cambiamento culturale. I messaggi che essi trasmettono sono suscettibili, come fece osservare negli anni Sessanta un grande stu
dioso dei media, il sociologo canadese Marshall McLuhan,di influire potentamente sulle relazioni tra gli esseri umani, sulle loro aspirazioni e sulla loro immaginazione. La riflessione di lui ruota intorno all’ipotesi secondo cui i media prevedono i comportamenti indipendente dai contenuti dell’informazione. Secondo lui: “il mezzo è il Messaggio”.
In Italia, negli anni Cinquanta-Sessanta, la Tv fu un mezzo di ampia diffusione delle informazioni di programmi educativi, anche per persone analfabetiche. Con il tempo non ha solo standardizzato il linguaggio, non solo lo ha semplificato, ma anche gesti e modi di appratire sono ormai molto spesso suggeriti dalla televisione.
Tutto ciò ha molto influenza sul modo di comunicare degli esseri umani.
 
La classificazione del mondo
Tutti i popoli possiedono una conoscenza più o meno ricca e complessa dell’ordine della natura. E tutti hanno qualche teoria sul suo disordine. Queste teorie spiegazioni, ovviamente non sono identiche.
Gli antropologi che si sono dedicati allo studio di questo argomento nei contesti culturali più diversi definiscono la loro specializzazione con il termine di tecnoscienza. L’tecnoscienza è lo studio di come le differenti culture organizzano le proprie conoscenze del mondo naturale.
Tali conoscenze e concezioni non sono casuali e frammentarie, ma possiedono gradi di sistematicità e di coerenza spesso notevoli, sebbene differenti e meno ‘esatti’ di quelli elaborati dalla scienza moderna.
 
L’ordine naturale dei Waiwai
I Waiwai, orticoltori dell’Amazzonia, considerano il fegato di certi animali un’vegetale, in quanto la sua forma assomilglia a quella delle foglie di certi alberi. Di conseguenza essi ritengono che le donne, cui è vietato il consumo di carne procurata mediante la caccia di animali abbattuti con l’uso delle armi, possano cibarsene.
Il divieto del consumo della carne da parte delle donne e per i Waiwai un tabù che fa parte di un sistema più ampio di divieti riguardanti l’uso delle armi e la partecipazione alla caccia alla guerra da parte degli individui di sesso femminile.
 
La classificazione dei colori: analisi di Berlin e Kay…
Alla fine degli anni Sessanta, due antropologi americani, Brent Berlin e Paul Kay, confrontarono le terminologie cromatiche presenti in ventisei lingue diverse. Accertarono così che il numero dei termini presenti in esse variava da un minimo di due, come in alcune lingue della Nuova Guinea, a un massimo di undici, come in certe lingue europee.
Questi termini fondamentali o <<di base>>, come Berlin e Kay li chiamarono sono quelli che riflettono fenomeni di percezione del colore senza bisogno di ulteriore specificazione per essere compresi.
a) Tutti gli esseri umani sono in grado di percepire tutte le gradazioni del colore.
b) La terminologia cromatica di base si sviluppa secondo una linea precisa. In tutti i sistemi che per esempio possiedono solo due termini, questi sono sempre <<chiaro>> e <<scuro>>, in quelli che ne hanno tre, invece <
<bianco>>, <<nero>>, e poi <<rosso>> ecc.
c)Il numero dei termini di base impiegati da una lingua per indicare I colori sarebbe in relazione con la complessità culturale e tecnologica della cultura in questione, per cui più una cultura è semplice più il suo vocabolario cromatico è povero, mentre culture particolarmente complesse rivelerebbero l’esistenza di un numero elevato di termini cromatici di base.
 
Un’obiezione a Berlin e Kay: cos’è una cultura <<semplice>> e che cos’è una cultura complessa?
Il sospetto è che Berlin e Kay, alla ricerca di una ragione che spieghi la differenza tra una coltura semplice e una cultura complessa, abbiano riesumato il vecchio criterio dell’evoluzionismo che vedeva nelle società più sviluppate sul piano economico e tecnologico le società in vetta alla storia dell’uomo, mentre in quelle meno attrezzate dal punto di vista organizzativo vedeva delle società semplici e primitive. Forse sarebbe meglio dire che le sfumature cromatiche si riflettono, a livello terminologico, sotto l’impulso della scienza chimica che studia il pigmento cromatico nelle sue componenti molecolari.
 
E il ruolo del contesto culturale?
Berlin e Kay non presero in considerazione i fattori culturali che tentano a costruire la percezione del mondo fisico. I colori rivestono molto spesso dei ‘significati’ e questi significati non sono sempre gli stessi, ma cambiano a seconda del contesto.
 


Esempi di variazione di significato
Nella tradizione mediterranea, e più in generale europea, il colore nero e talvolta associato al lutto e, più generale, alla morte. Il bianco e invece unicolore che, sempre in altre contesti, rinvia a un’idea di purezza, candore, e verginità.
Il colore rosso, in un certo contesto politico, viene associato a una idea di protesta e di rivendicazione sociale, ma ecce che diventa segnale di pericolo quando lo troviamo sulle bandierine sventolate dagli addetti alla circolazione autostradale o quando si trova nei semafori e nei cartelli di stop.
 
La causa delle variazioni di significato
Le variazioni nel significato dei colori hanno a che vedere, anzitutto, con l’esperienza che noi abbiamo di quei colori. L’apprezzamento sociale di un colore e molto spesso influenzato da quegli ambiti della cultura e della società al cui interno gli individui sono posizionati: il sesso, l’età, la professione, il ruolo sociale ecc.
 
L’importanza della terminologia
Tutti possiedano la capacità di percepire le differenze cromatiche, tali differenze possono anche essere espresse per vie linguistiche diverse da quelle che conducono alla terminologia del colore.
 
Tempo e spazio: due categorie della mente umana
Le intuizioni universali di tempo e spazio
In riferimento alla trasformazione nei confronti di cose e di sé stessi, gli umani percepiscono ciò che per noi chiamammo tempo; mentre in riferimento al posizionamento del proprio copro e delle cose rispetto ad altri corpi es altre cose, percepiscono ciò che noi chiamiamo spazio.
Tempo e spazio, come affermò alla fine del XVIII secolo il filosofo tedesco Immanuel Kant, costituiscono infatti delle <<intuizioni a priori>> universali. La capacità di percepire il tempo e lo spazio- cioè il fatto che la nostra mente si è strutturata in modo da avere al lorointuizione- è la funzione primaria della nostra attività mentale. Senza tale funzione non sarebbe possibile, per la mente, ‘dare forma’ al pensiero.
 
Dalle intuizioni universali nascono I diversi modelli di calcolo
a) non possiamo pensare nulla che sia fuori da un tempo e da uno spazio;
b) tempo e spazio sono due dimensioni costruttive di qualunque modo di pensare
c) tutti gli esseri umani hanno ben chiaro che esistono un prima, un adesso e un dopo.
Émile Durkheim sostenne che sia il tempo che lo spazio sono delle<< istituzioni sociali>>. Secondo Durkheim, sarebbe cioè lo stile di pensiero prevalente all’interno di una società a determinare le valenze simboliche, affettive, e persino percettive che il tempo e lo spazio assumono in quel particolare contesto.
  

I diversi modelli per calcolare il tempo: preforme e uniforme
Nel 1920 Martin P. Nilsson pubblicò un libro che ebbe una grande influenza sugli antropologi. In esso l’autore sosteneva che nelle società <<primitive>> il tempo viene concepito in maniera puntiforme. In queste società i riferimenti temporali non corrispondono, infatti, a frazioni di un flusso temporale omogeneo e quantificabile ma piuttosto a eventi naturali o sociali oppure a stati fisiologici: <<due raccolti fa>> per due anni ecc.
L’idea che il tempo sia un’entità uniforme, misurabile e frazionabile non è universale, anche se, una volta spiegata, può essere compresa da tutti. Ma una volta capita, non significa che venga usata.
 
Il tempo nella società industriale
M Weber definì <<lo spirito del capitalismo>>. L’idea che <<il tempo è denaro>>, affermatasi nel corso del XVIII secolo nel mondo occidentale, esprime bene questa concezione della vita consacrata alla produzione di beni e guadagno. Il tempo dedicato alla produzione di beni quantificabili diventa, infatti, esso stesso qualcosa di misurabile. Ciò non toglie che anche nella nostra società e nella nostra tradizione il tempo possa avere valenze diverse a seconda dello stato d’animo del soggetto.
 






Definizioni qualitative, rituali, cicliche
Fino a non molti anni fa, nelle nostre campagne, i contadini non scandivano quasi mai il tempo in senso cronometrico, beni mediante riferimenti a momenti particolari del ciclo agricolo. Il giorno stesso era suddiviso mediante indicatori temporali aventi come referenti attività sociali o statina turali. Anche noi usiamo spesso espressioni di questo tipo, ma nel nostro mondo di esprimerci esse sono ormai secondarie rispetto a indicazioni cronometriche come: nell’anno 1745; il giorno 20 del mese di novembre: alle 08:45 ecc.
Il senso di un tempo non quantificato ma carico di significati ‘speciali’ è presente in tutte le società che hanno bisogno di rievocare periodicamente l’atto che esse considerano il fondamento della propria esistenza morale.
 
Esempi etnografici del tempo
L’etnografia è molto ricca di esempi relativi a come le culture prive di<< pensiero cronometrico>> collocano gli eventi nel tempo. Di solito in queste culture gli indicatori temporali impiegati sono simili a quelli in uso nelle campagne europee fino ad anni recenti. Però vi possono essere delle variazioni molto interessanti.
 
Le società a <<doppio regime>> temporale
Si tratta da società rurali che sono state inglobate in sistemi statuali a base urbana e commerciale. Esse hanno adottato, accanto alle tradizionali forme locali di scansione del tempo, il sistema calendariale, o cronometrico, degli organismi politico-statuali dominanti. Il tempo non quantificabile è detto tempo<< qualitativo>>.
Esattamente com’è avvenuto per la scrittura nel campo della comunicazione, della registrazione della memoria e della elaborazione del pensiero astratto, il tempo cronometrico, espressione di società organizzate sul piano amministrativo, politico e produttivo, tende a impostarsi come modalità dominante ancorché non esclusiva, di rappresentazione del tempo. 
 
Lo spazio come quantità e come qualità
Molte delle considerazioni fatte a proposito del tempo valgono anche per lo spazio. In effetti, spazio e tempo sono inestricabilmente connessi nel ragionamento degli esseri umani.
Lo spazio si riveste spesso di valenze <<qualitative>> che lo rendono doverosamente significante agli esseri umani.
I luoghi possono essere <<depositi della memoria>>: storica, nazionale, politica, religiosa ecc. 
 
Gli Zafimaniry e lo spazio come memoria sociale
Lo spazio può costruire perciò un' elemento centrale per la memoria di un gruppo. Un esempio in tal senso è quello degli Zafimaniry, una popolazione di agricoltori del Madagascar centro-meridionale. I loro vilaggi sono i luoghi dello spazio ai quali gli Zafimaniry guardano come all’origine delle loro storie personali e familiari = memoria sociale.
 
Disposizione nello spazio e significanti simbolici
La disposizione delle cose o degli esseri umani nello spazio fisico può avere una gamma assai ampia di significanti simbolici e sociologici che variano secondo le diverse culture.
 
La correlazione di tempo e spazio
Le differenze tra moduli ‘culturali’ di percepire, rappresentare e correlare il tempo con lo spazio hanno suscitato grandi dibattiti e tentativi di spiegazione.
L’antropologo britannico Christopher Hallpike ha sviluppato una teoria distinguendo tra due concezioni del tempo: operatoria e pre-operatoria. Avere un pensiero operatorio significa mettere in relazione tempo e spazio; avere un pensiero pre-opratorio significa che non viene stabilita una coordinazione fra tempo e spazio.
 
Le corse dei cavalli dei Rindi di Sumba: tempo e spazio
I Rindi organizzano infatti corse di cavalli alle quali partecipano raggruppati in quattro categorie distinte in base alla dimensione. Gli animali devono percorrere in seno antiorario una pista circolare.
I cavalli vendono fatti partire tutti nel medesimo istante ma percorrono lunghezze diverse, il che fa pensare che i Rindi siano perfettamente consapevoli del fatto che, essendo i cavalli più grandi anche i più resistenti e i più veloci, la gara risulti nel complesso equilibrata. Questo regolamento non sarebbe però stato inventato se i Rindi non avessero ben presente che i cavalli più grandi sono in grado di correre più velocemente e, cosa ancora più importante in questo contesto, che entro lo stesso periodo di tempo i cavalli più veloci sono in grado di colpire una distanza maggiore rispetto a quelli più piccoli.
La mancanza di una concezione lineare e quantificabile del tempo sembra non 

escludere la capacità di coordinare perfettamente durata, successione e 

simultaneità. La tesi secondo la quale la mancanza di un’idea del tempo come 

qualcosa di cronometrabile sarebbe connessa con un pensiero pre-operatorio 

sembrerebbe dunque, almeno in questo caso, smentita. 


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